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i 5000 metri |
l'evoluzione secondo
BUBU: Shipton Spire, l'8a a vista sopra i 5000
metri
Una via senza precedenti, un nuovo termine di
paragone per l'alpinismo di punta, per l'arrampicata
moderna che da anni indica così la strada dell'evoluzione:
trasferire l'altissima difficoltà in libera dai
fondovalle alle big wall in quota. La firma è
quella di Mauro Bole, trentenne triestino che
per tutti gli appassionati del mondo verticale
è semplicemente «Bubu». L'ha lasciata in Pakistan
sulla parete Est della Shipton Spire, una fantastica
torre di granito che sfiora i 6000 metri, e l'ha
lasciata sotto una via di 8a aperta a vista e
in libera: decimo grado della tradizionale scala
di difficoltà, mai accaduto prima oltre i 5000
metri. Se ne parlerà a lungo di questa "Women
and chalk": 1150 metri di sviluppo da quota 4550
a quota 5700, 29 lunghezze di corda, una linea
quasi a goccia su difficoltà sempre superiori
al 6c e con spettacolari puntate tra il 7c e appunto
l'8a. Protezioni quasi esclusivamente a nut e
friends, ogni tanto qualche chiodo (31 in tutto,
alla fine), 40 spit per le soste e solo due di
via piazzati (battuti a mano, con la mazzetta)
dove era impossibile proteggersi diversamente.
Tredici giorni di arrampicata. Tutto con un solo
socio di cordata e con un terzo compagno mobilitato
per la documentazione fotografica e per aiutare
nel trasferimento dei carichi. Insomma, tirate
le somme, una roba da urlo.
Lo diceva da un po', Bubu, che quel che gli interessava adesso era di
tirare la libera all'infinito su una parete d'altissima montagna, per
vedere fin dove fosse possibile spingersi: "Non mi va di star su
una vita a risolvere le cose con l'artificiale, neanche fosse l'A4
- ci aveva confidato - Lo so che cose così sono state anche strapremiate,
ma l'evoluzione non è quella cosa lì: l'evoluzione è la libera estrema
dove nessuno pensa la si possa portare".
Fatto: sulla Shipton Spire, già altre volte obiettivo di formidabili
squadre internazionali che si erano però sempre fermate un grado sotto,
Bole è andato a marcare la differenza.. "Ho trovato quel che cercavo
- ci ha detto Bubu in queste ore - e l'ho trovato sulla strada che
sto percorrendo da un po': la "Couzy" in libera in Lavaredo, poi la
tappa in Perù all'Esfinge, e adesso 'sta cosa che mi ha chiesto ogni
goccia di energia. Non lo quanto mi ci vorrà per riprendermi".
- Fisico o testa?
"Fisico e testa, una tensione spasmodica. La Shipton Spire mi ha
svuotato. Arrivato in fondo, non ne avevo più: sono stato male, ho chiesto
davvero tutto a me stesso. In situazioni così, puoi reggere solo quando
sei dentro la tua scalata, il tuo progetto. Poi devi accettare la reazione,
il contraccolpo."
- Cos'è la difficoltà estrema a quelle quote?
"Un massacro, perché l'impegno fisico è esasperato e il recupero
o è lentissimo o non c'è. E poi eravamo solo noi: io, il mio compagno
di cordata Mario Cortese e il fotografo-alpinista Fabio Dandri. Con
tutto il materiale da tirar su, in parete: 300 chili di roba, più 1100
metri di corde fisse".
- Strategia?
"Quella che avevo pensato a tavolino: fino a metà parete, progressione
a vista, corde fisse piazzate e poi giù al campo base con risalita con
le maniglie la volta successiva. Poi il nostro campo lo abbiamo portato
500 metri più su, appeso alla parete: nel vuoto, sulle portaledge. Da
quel punto abbiamo cominciato a ridiscendere solo fino a lì. Due brandine
pensili di 2 metri per 70 centimetri sono state la nostra casa per 9
giorni: il nostro mondo era lì, e sopra le nostre teste."
- Tredici giorni di arrampicata ma un mese e mezzo di trasferta.
"Il tempo non è che ci abbia aiutato, un meteo molto variabile. Già
la parete prende poco sole. In più abbiamo avuto spesso neve, e molto
freddo. Lo sa Mario, quanto se n'è s'è mangiato in sosta, imbaccuccato
il più possibile, ad aspettare per ore che io mi alzassi sulla via.
Devo andare lento, io: non posso sbagliare, devo essere sicuro di ciò
che faccio. E devo dirgli proprio grazie, al Mario. E a Fabio: ha fatto
un gran lavoro, con le foto, trovando le posizioni giuste su e giù per
le fisse. Ci contavo: è un artista, lui."
- Su quelle difficoltà e a quelle quote quanto si può arrampicare
in una giornata?
"Potevo salire solo un tiro durissimo al massimo seguito da uno meno
estremo, con le cose complicate spesso dalla roccia bagnata. Ero sfinito…"
- In libera dal primo all'ultimo metro?
"In libera a vista, dal primo all'ultimo metro. Era il progetto,
ma non sapevo se lo si sarebbe potuto attuare. Dopo i primi 3-400 metri
è diventato un obbligo: Bubu, dopo tutta 'sta fatica non vorrai mica
rovinare tutto? Avevo capito bene una cosa: che se mi appendevo da qualche
parte, non ce l'avrei mai più fatta a salire in libera: non avrei avuto
tempo e forze. E allora via, tiro dopo tiro, diedri e fessure, diedri
e fessure e strapiombi senza neanche prendere in considerazione la possibilità
di risolvere le cose diversamente. Non mi dicevo: se si può fare, ci
provo. Mi dicevo: se si può fare, lo faccio."
- L'hai fatto. Quell'8a?
"Un tiro magico, fantastico. Una fessura di 25 metri ed ero veramente
allenato per questo tipo di fessure, solo in questo stile si poteva
aprire a vista un tiro di quel grado. Partiva leggermente appoggiata
e poi via, su e su. Non finiva mai. Roba da nocche, fantastica e durissima,
poi però la fessura cambiava: si apriva a ventaglio, una cosa incredibile,
impressionante. Sono salito con una serie successiva di lanci per prendere
il bordo a svaso. Non so come sono arrivato in fondo. Quando sono sceso,
tremavo per la scarica di adrenalina. Mario m'ha detto che ero bianco
come uno straccio, che avevo gli occhi rosso fuoco. Ma l'ho fatta, ed
è stato magico."
- Come l'hai scelta, questa Shipton Spire?
"Lo dicevo da un po': Torri di Trango, Torri di Trango, dunque Baltoro.
La zona è proprio quella. La Shipton l'ho scelta perché l'ho vista:
un totem gigantesco che spara su tutto solo dal ghiacciaio. Una cosa
di una bellezza incredibile. Con un vantaggio in più: cima sotto i 6000
metri, dunque cima senza royalty: poche lire da pagare per il permesso
di trekking e nient'altro."
- La cima, ecco. Non ci sei arrivato: cambia qualcosa?
"Il mio progetto era la via, non era la cima. Ma ci sarei voluto
arrivare, fin su. La mia salita sbuca sulla cresta finale poco sotto
la vetta, credo a 150 metri, dove interseca "Ship of fools" tracciata
nel '97 da una cordata americana. Siamo usciti lì verso le 6 di sera,
e il tempo si era guastato. C'era neve e ghiaccio, i ramponi li avevo
solo io. Sono salito un po', e per il mio compagno la cosa era molto
complicata. Non volevo correre troppi rischi inutili. E quando in cresta
ho incontrato il primo chiodo degli americani. ho fatto dietrofront.
Avevo avuto quel che volevo."
- Mai pensato di non riuscirci?
"L'ho temuto, ma pensato no: la volevo troppo, 'sta via. Ho cacciato
via i dubbi anche nel momento più drammatico: un volo pauroso, 15 metri
nel vuoto, due protezioni strappate via dalla parete prima che la corda
tornasse a tendersi e ad arrestare la caduta."
- Com'è andata?
"Alle spalle c'erano 400 metri di scalata. Avevo fatto un tiro durissimo,
e ne avevo attaccato uno un po' meno estremo. Forse per questo ho abbassato
un attimo il livello della concentrazione. Forse per questo non mi sono
accorto di quell'appiglio non abbastanza buono. Va così: va che tiro
e viene via un pilastrino, e io volo con lui. L'ho rivissuta in testa
cento volte, quella scena: io che "corro" nel vuoto per cercare l'equilibrio,
che mi chiedo cosa sta succedendo. Non mi era mai capitata una cosa
così su una parete di montagna, mai prima una schiodata del genere."
- Reazione?
"Eh, non è una roba da augurare a nessuno. Ma per me è stato tutto
chiaro: se non riparto subito, finisce che magari non riparto più, che
torno a casa. Sono ripartito. E perché non ci fossero problemi con l'apertura
in libera e a vista, ho cambiato linea: la prima volta ero salito sulla
sinistra, la seconda l'ho fatto sulla destra. All'imbrago mi son appeso
il moschettone che mi ha salvato: è diventato il mio portafortuna, perché
aveva una storia dietro."
- Che storia?
"Era un regalo. Me l'aveva dato una ragazza di una spedizione tutta
femminile che era arrivata alla Shipton Spire prima di noi per una ripetizione.
Una mini squadra: una spagnola e due americane (Cecilia Buil, Lizzy
Scully e Nan Darkis che in quel periodo hanno compiuto la prima ripetizione
femminile di "Inshallah" n.d.r.). Fortissime. Noi abbiamo aiutato loro
a riportare al campo un po' di materiale, poi loro hanno fatto lo stesso
con noi fin sotto la parete. E' stato un incontro speciale, perché in
Pakistan le donne stanno nascoste e noi a una cosa così non siamo abituati,
anzi non la possiamo sopportare semplicemente perché le donne sono un
altro pezzo di noi: che è mondo è, un mondo solo di uomini? E' nato
un feeling speciale, lì sotto la montagna. C'era questo bisogno di contatto,
di normalità. E a un certo punto ci siamo trovati quasi combattuti:
restare ancora un giorno al campo o andare in parete? Quando siamo ripartiti,
ecco il regalo del moschettone. E proprio quel moschettone mi ha salvato
la vita: incredibile, no?"
- Incredibile sì. Sono quelle, allora, le donne alle quali fa riferimento
il nome che avete dato alla salita? Sembrava una goliardata…
"Sì, sono loro. La via l'abbiamo chiamata "Women and chalk", cioè
donne e magnesio, insomma il racconto di quella specie di dualismo che
ti ho raccontato. Forse non è un nome solenne, ma non mi importa: semplicemente,
è il nome giusto."
- Si poteva fare ancora di più, sulla Shipton Spire?
"Non si poteva: abbiamo dato proprio tutto. Ma ti dico anche che
si poteva, se fossimo stati un gruppetto e non una squadra mini che
più mini non si può. Con qualche compagno avremmo potuto sobbarcarci
il lavoro massacrante di spostare verso l'alto il campo sospeso sulle
portaledge. Nella parte terminale della parete ci sarebbe stata la possibilità
teorica di raddrizzare ancora la linea della via: bisognava puntare
su una zona di misto, bisognava avere tempo ed energie. Eh, resta il
mio sogno: un vione estremo con dentro sia la roccia sia il misto. Ci
pensi?"
- Forse è meglio che ci pensi tu. A meno che tu sia stufo di big wall,
adesso…
"Ma va'. Devo solo riprendermi un po', perché è stato un vero massacro.
Ma appena mi rimetto in sesto riparto: Yosemite Valley, questa volta.
Voglio fare qualcosa di bello, e voglio fare anche delle riprese all'altezza.
Poi monterò tutto in un video dedicato alle Big Wall: ci metterò la
Couzy, l'Esfinge, la Shipton e un po' di America. Sarà un bel racconto,
credo."
- Riesci già a guardare un po' più lontano?
"Ci riesco, ci riesco. Ho già un altro progetto stampato in testa.
Patagonia, questa volta. Per guardare negli occhi la storia dell'alpinismo."
Intervista di GIORGIO SPREAFICO (pubblicata su "La Provincia
- quotidiano di Como, Lecco e Sondrio", da oltre 20 anni il quotidiano
italiano che più di ogni altro dedica attenzioni e spazi al mondo della
montagna).
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