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Intrecci di amicizie in Valsoera

Una stessa montagna, una stessa persona che vi ritorna in epoche diverse, a distanza di anni. Cambiano i compagni di cordata, cambiano le aspettative e le motivazioni con cui si accosta alla stessa parete. Una situazione che induce il protagonista del racconto a riflettere sul significato dell'amicizia e della "cordata" in montagna.


Luglio 1983, son di nuovo quassù in Piantonetto, ma sono pazzo per questo posto! Per anni ho letto i racconti di Motti su questa valle, per anni ho sognato di fare la Perego-Mellano al Becco di Valsoera. E finalmente, ad inizio luglio, il sogno si è avverato in una classica domenica estiva. Tutto infatti si è concluso, come da copione, nella nebbia e sull'erba grassa del Piano delle Muande: un'altra grande giornata è passata portandosi via con sè un desiderio divenuto realtà. Ho già 20 anni, ma sembra che solo ora stia scoprendo il mondo: tutto si sta muovendo con una velocità incredibile, quasi di colpo abbia preso coscenza delle mie possibilità fino ad ora represse. In primavera ho aperto la mia prima via in Valle dell'Orco, nel giro di pochi mesi ho già ripetuto tutte le grandi classiche del Gran Paradiso: cosa capiterà ora? Mentre fotografo Paolo che si butta nell'erba lanciando il casco in aria mi sento libero e con tutta la vita davanti, una vita che non so dove andrà ma che immagino piena di domeniche come questa passate in montagna...

Non è passata che una settimana ed ho scovato un'altra meta... era più che prevedibile! Leggendo la guida di Grassi che mi hanno regalato, ho scoperto che nel vallone a fianco al Piantonetto c'è una montagna quasi sconosciuta con una grande parete. La settimana l'ho passata sulla mitica guida grigia, a studiare i percorsi della via Locatelli al Monte Destrera. Quinto, quintopiù, non dovrebbe essere un problema... ormai ne ho fatti molti! Ma come saranno questi? Mi prende una smania di andare a vedere di persona, quasi dovessi saggiare tutti i quintippiù delle Alpi! Gradi, gradi... mi sento la testa piena di numeri! Ma la testa, a dire il vero, è altrove: sono innamorato... Con noi ci sarà una ragazza e arrampicare con lei è un fatto nuovo a cui non sono molto abituato. Ma sono timido, per cui ho accettato di buon grado che con noi venga anche Renè. L'obiettivo è ripetere la Via Locatelli e per questo abbiamo raggiunto il rifugio Pocchiola-Meneghello attraverso la Bocchetta di Valsoera: questa sera dormiremo in questo simpatico ricovero in legno, che non è neanche gestito ma risulta assai ben tenuto. Quando siamo giunti sulla bocchetta, il Vallone ci si è aperto di fronte in tutta la sua solitaria bellezza. Alcuni splendidi laghi, incastonati tra le rocce montonate, addolciscono un poco un mondo fatto di dura pietra incolore. La sera è scesa velocemente, abbiamo mangiato alla luce delle frontali, abbiamo consumato le ore tra silenzi e ricordi ad alta voce. Tutto come sempre, eppure con lei questa sera ogni cosa sembra speciale... Poi nel buio della notte ho allungato una mano verso di lei senza sapere se fosse ancora sveglia: le nostre dita si sono intrecciate e mi è sembrato di toccare il cielo... Domani andrà bene, anche se sbaglio il quintoppiù!

L'alba è già passata da un pezzo ma in questa valle tutto è ancora in ombra, il cielo è di un azzurro trasparente e freddo, come quando si parte per i "quattromila". Il gelo ci penetra nelle ossa quando ci avviamo verso la parete scura che man mano si ingrandisce davanti a noi. Ci sentiamo schiacciati dalla massa di granito ma non temo la parete, non sento ansia, mi sento sicuro delle mie possibilità. La variante Motti è sotto di noi e sto arrampicando in spaccata in uno splendido diedro che sale lunghissimo verso il cielo. Chissà come sarà il diedro di 90 metri della Diretta Americana? Forse un giorno... I richiami dei compagni mi distolgono dai miei pensieri, è meglio che li recuperi. La roccia finisce e arriva la vetta, il sole appare d'improvviso e mi abbaglia. Dall'altra parte niente ghiacciai, solo prati e ghiaioni a coprire valloni senza traccia d'uomo. Pietre e roccia ovunque, il rumore di lontani torrenti come una tenue colonna sonora. Ma qui sulla vetta siamo in tre, anche se segretamente vorrei fossimo solo in due... Sorrisi, silenzi, qualche fotografia. Tra me e lei la montagna occupa uno spazio incolmabile di cui non riuscirò mai a liberarmi: per quante volte dovrò ancora stramaledire questa mia presunta "diversità"? La montagna unisce o divide?

L'estate è passata in un rincorrersi di arrampicate: Monte Bianco, Dolomiti e ancora Gran Paradiso. Settembre è arrivato e ho deciso di tentare di aprire una via in montagna. Questa volta è Luigi il mio compagno, il Monte Destrera sarà il campo adatto per provare. Luigi è un tipo bizzarro. E' un artista "dada", cioè riesce a fare un'opera d'arte con tutto ciò che trova. Per questo a volte gira per le discariche guardando ogni cosa con interesse. E' incredibile, ma questo ti apre le porte della percezione, ti abitua a guardare le cose sotto un profilo diverso. Anche per le rocce è così, credo... A Luigi piace la musica, come a me. Parliamo dunque soprattutto di questo, perchè di arte figurativa mi sento un ignorante in confronto a lui. Lui conosce un po' l'underground torinese. La cosa non mi scandalizza, anzi direi che mi affascina, ma è un universo che non mi appartiene. Con un giubotto nero e le mani in tasca cammina per le vie del centro. In riva al Po, verso mezzanotte, si radunano sempre molti ragazzi spiantati: lo seguo titubante, ma mi sembra di visitare una città straniera, nonostante a Torino ci sia nato! Siamo andati insieme in Sbarua, a fare la Motti-Grassi, una mattina di maggio. Quel giorno abbiamo parlato poco, o forse molto, non ricordo più. Ma ci siamo sentiti veramente amici. Poi a giugno abbiamo fatto la Nani Verdi a Foresto, sotto un temporale. Maledizione, era la più difficile via del Piemonte, siamo stati bravi! A gennaio poi siamo riusciti ad andare ad arrampicare in Vallone di Sea, vi rendete conto? Una pazzia, è uno dei posti più freddi d'Italia! Luigi guidava la mia macchina e cantava a squarciagola i King Crimson. Ma ha preso una placca di ghiaccio e siamo finiti in un campo. Fortuna che il 124 sport che mi aveva regalato mio zio tenne duro e si ammaccò solo un poco! Ma in fondo che importava? Avevamo ancora la giornata davanti ed eravamo illesi! Siamo usciti dal prato e abbiamo proseguito... Luigi e io sul Monte Destrera abbiamo aperto "Eclisse dei desideri", una via nuova, la "nostra" via. I nomi, lo ammetto, li trovavo io ed ero un po' contorto. Mi piaceva che il nome riflettesse il periodo in cui stavo vivendo. Forse, momentaneamente, non riuscivo a provare nessun desiderio, mi importava solamente una cosa: vivere. Luigi borbotta qualche frase in piemontese, io salgo un diedro in artificiale delicato. Forse è troppo duro per noi, o forse è solo questo pezzo. Seguo le linee della parete, mi lascio guidare dal mio intuito. Una splendida fessura ad incastro di VI grado è il regalo che ci fa il Monte Destrera, lascio la mia macchina foto a Luigi. Per anni quella foto è stato il solo ricordo di quella giornata e di Luigi...

Sono passati 15 anni e sto scorrazzando ancora per queste valli. Nella mia vita sono cambiate molte cose... In questo momento sto scrivendo una guida sul Gran Paradiso, il mio futuro è ancora un libro aperto ma di cui già si riesce ad intuire la fine. Ho rivisto per caso Luigi, sono stato a cena a casa sua. E' sempre un po' pazzo ma non scala più. Ha un bello studio grafico, dipinge solo ogni tanto. Cielo, quanti ricordi! Solo ora mi rendo conto di quel che abbiamo vissuto!

Il mio compagno di oggi è Edoardo ed è anch'egli un ragazzo incontrato per strada e, naturalmente, per caso. Un giorno alla nostra cordata si è aggregato questo tipo che era venuto nella notte da Milano. Noi avevamo dormito al rifugio del Mongioie, nelle Alpi Marittime, ma lui era giunto al parcheggio alle due di notte. Così aveva sonnecchiato tre ore in macchina ed era salito all'alba. La sera doveva partire per Los Angeles. Che fuori! Poi sulla via il mio compagno era sceso perchè era troppo dura e Edo era rimasto con me. Avevamo continuato ma all'ultimo spit avevo sbagliato uscita e mi ero ritrovato a 10 metri dal chiodo spalmato su una placca senza niente. Mi trovavo chiaramente fuori via, impanicato perso e non riuscivo a scendere: su un minuscolo gradino non sapevo che fare. Edoardo mi disse candidamente: "buttati!". L'avrei strozzato! Ma era simpatico e il rapporto tra di noi era uno sfottimento continuo.

Anche oggi, qui al Monte Destrera, abbiamo i nervi un po' a fior di pelle. Siamo distrutti, perchè in quattro giorni il tempo è sempre stato bello e abbiamo fatto quattro vie di seguito con avvicinamenti paurosi, senza nessun allenamento. Lui di notte non dorme mai e ha male alle ginocchia. Io viceversa mi lamento per il mal di schiena e il mal di testa. Sembriamo due vecchi che si raccontano i loro malanni sulla panchina! Dopo il Becco di Valsoera, il Monte Nero e la Tribolazione non rimaneva che andare al Monte Destrera a vedere queste nuove vie di Manlio Motto, appena aperte... Sì, ma noi stavamo al Pontese, e ci toccavano tre ore e mezza di avvicinamento! Ma anche oggi il cielo è sereno e ci è toccato partire. Siamo arrivati sotto la parete stravolti e barcollanti: ci aspetta una via classificata ED, estremamente difficile, tanto per non rilassarsi troppo! Attacco ai primi spit che vedo con l'intenzione di farla finita presto. La via è questa sicuramente, penso, anche se relazione non ne esiste, per il momento. Alla prima sosta mi rendo però conto di aver sbagliato. La via non è questa, perchè è ancora da finire: troppa terra, spit luccicanti e appena piantati. Ridiscendo, mentre sulla corda mi giungono le scariche di nervosismo del mio compagno. "Ebbene sì, il grande arrampicatore ha sbagliato: e allora?". Indispettito dalla faccia ironica del mio compagno attacco il tiro di 6c più a monte. Salgo senza badare alla distanza tra gli spit, che cresce man mano che cala la difficoltà. Solo all'ultimo momento realizzo che sono su due millimetri di suola di gomma, un insignificante spigoletto di gomma da cui dipende la mia salvezza. Quindici, venti metri di volo? E che sarà mai se sotto c'è uno spit? Li vorrei vedere qui i detrattori della placchetta di metallo! Tutti buoni... a parole! Edoardo mi raggiunge veloce e prosegue: non ci parliamo quasi. E' caparbio e tenace. Anche nei passaggi obbligatori più difficili gli capita di tremare ma non molla mai... Uno così non è facile trovarlo, penso. Che strana cosa l'amicizia in parete, difficile perchè "depurata" da buona parte della diplomazia che si usa di solito laggiù... Mentre la corda scorre piano penso a quanti compagni ho avuto sulla roccia nella mia vita: un infinità. Che differenza con quelli che ne hanno solo uno o due! Quasi mai mi sono fermato a pensare alle amicizie e a quanti legami ho stretto e poi sciolto sulla roccia. Tra me e la parete c'è sempre stato un lui, o lei, e talvolta ho rifuggito questo compromesso buttandomi nelle solitarie più pazzesche e temerarie. Non è forse incapacità di costruire una amicizia vera e duratura? Quanto siamo "alpinisti" e quanto uomini? Edoardo dev'essere giunto in cima. Il sole illumina il suo casco rosso e so pertanto che è arrivato alla fine della parete. Anche questa via è fatta, ma il Monte Destrera oggi mi è parso insipido e avaro di emozioni. L'ambiente è sempre lo stesso, le montagne di sempre, i laghi persi là in fondo tra le nebbie. Il mio sguardo vaga verso la cresta lontana del Becco di Valsoera che divide dal Piantonetto: "Edo, è meglio che andiamo, altrimenti prima di sera non arriveremo mai più al Pontese!".

Maurizio Oviglia

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