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HOME | CLIMBING PLANET | STORIE | “Malvasia”, una storia da riscrivere?
“Malvasia”, una storia da riscrivere?

La storia, si sa, è scritta dai vincitori. O da chi ha in mano l’informazione.
Quella dell’arrampicata racconta che negli anni ’80 c’erano vie di riferimento che si chiamavano “Choucas”, “Tabou Zizi”, “La Rose et le vampir”, “Le Spectre du surmutant”, “Minimum”… Perfino uno come Gullich, in un famoso sondaggio francese, non risultò contemplato come arrampicatore importante perché non frequentava le falesie IN, quelle di riferimento.
Eppure proprio Gullich ha trascinato l’alta difficoltà mondiale, con vie non proprio di moda e in posti non proprio di riferimento.
E figuriamoci se alcune isolate vie in falesie della ex Jugoslavia avrebbero potuto diventare vie di riferimento. Eppure Uros Perko, uno dei giovani leoni dell’arrampicata slovena con diversi 8c e 8c+ all’attivo, su questo non ha dubbi: “Negli anni dal 1986 al 1989 le più grandi salite al mondo erano Wall Street di Gullich, Sogni di gloria di Horhager e il Maratoneta di Manolo.” E aggiunge: “Io sono fortunato, ho iniziato sulla roccia e solo per allenamento ho poi conosciuto la plastica. Anche adesso sono preoccupato quando mi vedo troppo forte sulla plastica: vuol dire che, magari per la meteo, sto arrampicando poco in falesia, e so già che la prima uscita su roccia sarà un disastro. Invece se arrampico tanto so che sto imparando e anche che divento più forte fisicamente, grazie al fatto che provo solo vie al mio limite.”
Già, Uros proprio non concepisce l’arrampicata a vista, per lui le vie devono essere dure e belle. “Il Maratoneta” 8b+ di Manolo e la via “Mosquito” 8b di Horagher a Paklenica (entrambe ripetute da Uros nel 2002, nda), sono due capolavori. I due autori hanno avuto l’intuito di ‘trovarle’ dove altri difficilmente sarebbero riusciti. Sono due linee incredibili, futuribili, avanti di anni rispetto al loro tempo, due capolavori di intuizione e bellezza che fanno riflettere sulla grande capacità di ricerca e creatività di quel periodo. Anche adesso per salirle devi partire con molta umiltà.
“Io venivo da cinque anni di strapiombo e il primo approccio col “Maratoneta” è stato proprio tremendo. Ci ho messo tanto e invece poi con “Mosquito” tutto è stato molto più semplice. Ma se non avessi iniziato su roccia chissà se le avrei mai salite…"
Uros è uno che certo non si tira indietro di fronte ad una salita troppo dura: ha appena ripetuto anche “Za Staro kolo in majhnega psa” (Per una vecchia bici e un cagnolino), la terrificante grotta di 8c+ che Tadej Slabe vinse nel 1992 a Misja pec – Osp, ovviamente poco pubblicizzata all’estero e misconosciuta anche se trattasi di una delle prime vie di tali difficoltà al mondo. Nonostante solo lo spagnolo Pedro Pons, un altro fortissimo sloveno – Urh Cehovin e Uros l’abbiano ripetuta e altri top non siano neanche arrivati a metà. Ma siccome Slabe non girava, la sua salita valeva poco, era fatta a casa sua, troppo comoda…
Diverso discorso invece per “Malvasia” la via salita da Manolo nella falesia istriana di Dvigrad e da lui gradata 8b+ nel 1988. Una salita fatta fuori casa da Manolo ma comunque troppo fuori mano per essere considerata di riferimento per l’Italia che arrampica. Eppure in Slovenia e Croazia è diventata una leggenda e, dato che il suo nome è quello del migliore e più conosciuto vino della zona, le tre case viticole più importanti dell'Istria hanno messo in palio una cassa ciascuna di vino malvasia per il primo ripetitore… E in questi tempi a Uros non manca molto per riuscire a portarsi a casa quelle casse. Molti nomi famosi sloveni, italiani e stranieri l’hanno provata, qualcuno sembra l’abbia anche giudicata impossibile e quindi falsa. Ora poi sembra che sia saltato anche un appiglio, chissà se è mai stata salita…
Poi è la volta di Manolo per esprimersi sulla via e sulle sue sensazioni nel riprovarla dopo 14 anni: “Di nuovo in Istria, ancora fra quella macchia mediterranea del nord est, che arriva fino al mare e si distingue dalle isole e dal sud e da tutto il resto.
Sono stanco, molto stanco, per mille motivi e quei pochi tiri appena fatti lo sottolineano ancora di più, ma qualcosa più forte di me, più forte del tempo e anche della forza di gravità mi spinge a provare. E come sempre è incontrollabile, è indescrivibile, viene da dentro… o forse da più lontano. L’occasione di ritoccare quegli appigli può essere irripetibile, però potrebbe anche fare molto male…
I ritorni non sono mai prevedibili e dolci, graffiano i sentimenti e tanto meno lo possono essere le dita che tremolano del consapevole tramonto, che dalla parte dove nasce il sole arriva anche prima. Ma ho un’attenuante: è umido, sono stanco, per niente allenato, con troppi anni per queste cose… e allora parto.
La prima sezione non è banale ma facilmente comprensibile, poche tacche, nette e prevedibili, assolutamente congeniali, mi riesce subito e sono al boulder. Proprio come 14 anni fa, uno due tre quattro tanti lanci e altrettanti voli, prima di tenere quel solito svaso. E’ la stessa fatica probabilmente anche di più, lo stesso dolore del monodito, ma poi più avanti tutto sembra più facile di allora anche se le dita stanno per aprirsi, E’ ridicolo come cerco di rimanere aggrappato alla pietra fino alla sosta ma lo è molto meno come ancora una volta l’arrampicata possa, in un modo così semplice e disarmante, fermare il tempo.
Sì, nella sezione centrale molto probabilmente si è rotto un appiglio e questo richiede un cambio di mani in più, certamente ne aumenta la difficoltà, probabilmente non nei “singoli” ma in continuità, di quanto? Non lo so.
E’ un bel tiro, piuttosto elementare nella lettura, strapiomba leggermente, non è molto lungo ed è chiodato corto, non rovina le dita e la continuità ricorda qualcosa di attuale. Forza Uros! Complimenti per il “Maratoneta”, “Malvasia” e la simpatia.
L’arrampicata sta volando in alto e certamente non sta tenendo i piedi per terra ma da qualche parte è ancora collegata al cuore; il numero uno vince un paio di scarpe…. Tutti gli altri la capacità di vivere insieme. Sì, forse il grande talento nella vita è quello di capire quello degli altri…”

Uros invece sale sempre con disinvoltura tutto il resto, quello dove Manolo, oggi, fa la stessa fatica che faceva 14 anni fa. Questione anche fisica, visto che Uros spiega che per lui il tentativo buono è sempre il quinto della giornata, un commento che lascia letteralmente allibito lo Zanolla… che dice: “Non è una via complessa, è come “Appigli Ridicoli”, è abbastanza elementare nella lettura. Ci sono vie più semplici, meno fisiche, che però sono problemi di matematica e che saranno sempre più difficili da fare a vista, nonostante il grado. “O ce l’hai” e “L’arte di salire in alto” sono molto più complesse, per esempio.”
Doveroso anche aggiungere che, al contrario della naturale “Il Maratoneta”, “Malvasia” ha un appiglio, il monodito, completamente migliorato.

Uros dice anche cose che proprio non lo fanno personaggio di copertina:
“C’è gente che per andare su una rivista fa di tutto. Fra cui cercarsi gli 8c e gli 8c+ immediati o famosi. Io non ho molti soldi per girare, qualche anno fa sono stato in Provenza e ho fatto in tre giorni e al sesto tentativo “Mortal Kombat”, quando era data ancora 8c/c+. Nello stesso periodo l’avevano ripetuta anche i fratelli Bindhammer e Scassa, ma nessuno di loro aveva detto niente sul grado. A me sembrava in effetti un 8c facile e quando ne ho parlato con Axel Franco gli ho detto che da noi, a Misja pec, una via così sarebbe 8b+, ma è anche vero che noi siamo più abituati a un’arrampicata strapiombante e fisica, agli incastri ecc. Ma resta il fatto che io stesso ho fatto e qui da noi ci sono vie ben più dure, fra cui anche “Malvasia”. A me piace bermi una birra con gli amici in piena notte, non essere schiavo dell’arrampicata, anche nel cercare risultati! Oggi si cercano soprattutto i gradi alti e non la bellezza e la qualità di una via anche perché sono soprattutto i gradi che portano sulle copertine anche se poi chiaramente non ci sono i soldi che girano negli altri sport e questo è ancora più triste perché alle volte lo si fa solo per un paio di scarpette…”
La giornata finisce con Karo che chiede a Manolo consigli sulla proiezione delle diapositive; lo stesso Silvo mi spiega che ne ha troppe e sta pensando di fare serate a tema. Solo sulla Patagonia ha centinaia di diapositive da collezione…
Intanto Erik Svab gongola "Anche al Mago scivolano i piedi, ogni tanto. Una fortuna per noi comuni mortali, ha ha!” Lui è stato il vero lavoratore della serata, visto che aveva il compito di tradurre simultaneamente in sloveno e croato quanto diceva Manolo: solo che lo Zanolla si è lasciato andare a molti commenti introspettivi: alla filosofia del telemark, a racconti non sempre facili da tradurre e Erik ne è uscito sfinito. Gli fanno i complimenti, però, la serata viene bene e contrariamente al solito ci sono anche molte domande che lo stesso Erik, dopo un po’, stoppa elegantemente.
Ormai è notte, Uros si informa sulle vie intorno al passo Rolle, è in cerca di cose belle e difficili, non fa niente se non gli daranno notorietà…

La mattina dopo la festa e la chiacchierata si gira intorno a Rovigno che e' un paesino davvero bello con una baia pittoresca, con tanto verde, isolotti tutto intorno e un mare calmo e trasparente. Mi spiegano che in luglio e agosto c’è il pienone e anche a Pasqua la strada verso l’Italia può diventare un incubo. Invece per il resto dell’anno l’ambiente è fantastico e non solo per il panorama, la temperatura, il pesce e il vino. L’Istria ha ormai decine di falesie, Uros racconta che vicino a casa sua, non lontano da Gorizia, c'è una parete dove sono stati liberati solo due tiri, i più facili, uno di 8b+ e uno di 8c… e invita Manolo a fare qualche tentativo insieme. “Spiegagli un po’ la questione dell’età e altre cose e dagli magari il telefono di Cristian (Brenna)” mi dice lo Zanolla.
Insieme a noi c’è anche Silvo Karo, leggenda vivente dell’Alpinismo con l’A maiuscola che ho appena visto fare una colazione con un contenuto di grassi e proteine che un qualsiasi arrampicatore che punti al 6c si impone di mangiare in un anno, feste comprese. Poi c'è Urban Golob, il fotografo che ha seguito Davo Karnicar nella discesa con gli sci dall’Everest. La sua stretta di mano è una buona giustificazione per non arrampicare più per tutto il giorno e guardando bene il fisico magro capisco che è un fascio di nervi. Infatti bastano poche parole per capire che la sua vita di fotografo non è esattamente senza rischi, compreso tutti quelli a cui è sopravvissuto dopo diverse operazioni dovute a un cancro che aveva e che gli ha deformato il viso, ma questo non gli ha impedito di salire tre ottomila, farci le foto e scenderne uno con gli sci. La vera paura, mi dice, è che le foto non siano buone e sviluppabili a causa di problemi dovuti al gelo…
Urban mi conferma quanto arrampicata e alpinismo siano importanti in Slovenia e quanto stiano emergendo anche in Croazia. E mi dice che decine di ragazzi fortissimi sono cresciuti col mito delle due vie di Manolo, un riferimento…

Fabio Palma, aprile 2002

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