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MARCO BERNARDI

Marco Bernardi non ha bisogno di presentazioni. Fortissimo scalatore ed alpinista, ha lasciato il suo segno nei primi anni '80 con una serie di salite e aperture importanti, soprattutto nelle Alpi ed in Sardegna. Marco è stato uno dei primi scalatori polivalenti, era infatti probabilmente la più riuscita copia italiana di Wolfgang Gullich e di Patrick Berhault. Fu anche uno dei primi arrampicatori sponsorizzati, ma la sua carriera ha seguito però un percorso originale: dal bouldering "ante litteram" e dall'alpinismo di ricerca nelle più sperdute regioni delle Alpi e delle isole (in compagnia di Giancarlo Grassi e di Alessandro Gogna), Marco si è impegnato successivamente soprattutto nell'arrampicata sportiva e nella promozione delle gare di arrampicata, disciplina di cui è stato uno dei padri fondatori.
Durante tutti gli anni '90, in conseguenza di alcuni problemi alla schiena Marco ha quasi smesso di arrampicare ed ha lasciato la sua professione di guida alpina dedicandosi al suo lavoro di informatico. Oggi ha ripreso ad arrampicare su livelli più tranquilli ed è divenuto Accademico del CAAI per meriti alpinistici, godendo di fama indiscussa, soprattutto negli ambienti dell'alpinismo di scuola occidentale. Pur essendo ormai un po' fuori dall'ambiente, Marco ci ha rilasciato volentieri questa intervista, che ci aiuta a capire come i suoi occhi vedono lo sviluppo dell'arrampicata e dell'alpinismo attuali.



Marco, molti si chiedono che fine hai fatto e scrivono a me per saperlo, dunque ho deciso di chiedertelo direttamente e dare una risposta pubblica, così mi lasciano in pace, eh, eh! Arrampichi ancora?

Si, ogni tanto per divertimento senza assolutamente allenarmi.
Quest'anno sarò andato ad arrampicare una decina di volte. Riesco usualmente sul 7a a vista e quest' estate, a Fontainebleau, ho fatto qualche passaggio di 6b. Non riesco più ad arrampicare in posti che non siano "belli", che non abbiano una loro personalità.

Non so se segui ancora gli eventi e le attuali imprese, ma dovresti sapere che in Sardegna, dove tu iniziasti ad aprire ed esplorare pareti nel 1980, ben prima di me, ne son successe delle belle! Che ne pensi di questo strepitoso sviluppo dell'isola? Ti senti in qualche modo responsabile di aver acceso una miccia o no?
Se mi considerate "responsabile" ne sono contento... significa che ho trasmesso qualcosa del mio modo di arrampicare. La Sardegna è uno di quei posti dalla forte "personalità" che un giorno mi piacerebbe rivisitare.

Come ricordi quei giorni sul calcare del Supramonte? Nessuno ti ha mai chiesto quale fu la tua emozione più forte: io voglio saperlo!
Quei giorni sono rappresentativi del mio modo di essere di allora: vagabondare cercando la "linea" piu bella da salire. L'arrampicata allora era ancora molto legata all'estetica della parete, al senso di magia che una "linea" retta in mezzo al calcare sapeva dare. E così il sole la roccia, il cielo ed il mare regalavano emozioni immense che ho avuto la fortuna di vivere. Forse salire "Sintomi primordiali" insieme ad Alessandro Gogna mi ha dato la consapevolezza di aver raggiunto un traguardo.

Sai che nelle Gole di Gorroppu, dove tu fosti il primo a trovare una linea scalabile (Il Pilastro Comino) ora le vie si stanno moltiplicando? Cosa ne pensi di "Hotel Supramonte" e dello stile con cui è stata aperta?
Scusa ma sono anni che non seguo più le vicende "arrampicatorie". Ho letto su www.go-mountain.com qualcosa ma è troppo poco per farsi realmente un'idea.
Ricordo che gli ultimi giorni che arrampicai in Sardegna (1981) andammo alla base di questa grande parete con l'intenzione di trovarvi una via di salita. Ovviamente non avevamo ne "spit" ne perforatori e ci rendemmo conto che sarebbe stato veramente difficile.... Inoltre avrei dovuto partire alcuni giorni dopo per il Monte Bianco e quindi non tentammo nemmeno. Mi sembra di aver capito che questa parete è stata salita dal basso utilizzando il trapano. Non ho mai salito vie nuove dal basso portando con me un perforatore e credo che se una parete richiede indiscutibilmente l'uso del perforatore (o trapano) per essere salita, essa ricada nelle attività di tipo puramente sportivo. Come tali, la parete diviene un "attrezzo ginnico" e come essa debba essere "preparata" per garantire la sicurezza fisica dell'atleta non è a mio avviso materia di discussione etica ne può essere un parametro del valore del salitore. Se occorre chiodare artificialmente una parete per salirla trovo inutile partire dal basso con un trapano poichè il vero significato della salita sta nel superamento della difficoltà pura e non nel rischio dato dal trovarsi in posizioni dove non è più possibile proteggersi in alcun modo.
L'arrampicata ai "miei-tempi", aveva ancora molto vive due forti componenti: la capacità tecnica ed il rischio.
La capacità tecnica si affina con l'allenamento e la preparazione atletica, mentre il rischio si elimina sapendo individuare la via di salita migliore e con l'esperienza nell'intuire dal basso le possibili situazioni di non-ritorno.
La salita delle belle vie spittate del Verdon, o di vie corte aperte dall'alto, erano l'espressione dell'abilità tecnica, mentre l'aprire vie nuove in Sardegna esprimevano quella parte di avventura e rischio propri ancora dell'alpinismo.
L'arrampicata oggi si è specializzata fortemente nella sua componente sportiva lasciando, credo giustamente, la parte avventurosa all'alpinismo. In questa ottica, l'evoluzione della stessa passa attraverso prestazioni sportive sempre più spinte che dovrebbero evidenziare una reale evoluzione delle capacità dell'uomo di superare tratti di parete sempre più "impossibili": quindi non vedo necessita di aprire vie dal basso e pensandoci bene neanche di continuare a "conficcare" spit nelle pareti calandosi dall'alto: perche' non arrampicare senza soste su vie di 400 metri estremi assicurati da un cavetto di acciaio dal'alto? Questo mi sembrerebbe un reale passo avanti nelle prestazioni sportive. Se ci pensiamo bene il calarsi dall'alto per posizionare ancoraggi "supersicuri" in posizioni "strategiche" che evitino danni fisici all'arrampicatore, e un modo un po' "fraudolento" di continuare a voler considerare l'arrampicata come una attività "rischiosa". L'ancoraggio artificiale invece rende (fortunatamente) l'arrampicata molto meno pericolosa di molte altre attività sportive non considerate tali.

"Hotel" è diventata una delle vie più gettonate del mondo, ma ora gli spagnoli (Andrada, Arbones & C.) hanno cominciato ad aprire dall'alto o con metodi di mista artificiale. Ognuno ormai vuole legare il suo nome a questo angolo di Sardegna, a prescindere dal come apre. Ma in fondo credi che l'etica da adottare in apertura su queste pareti sia così importante?
Per definire se tale approccio è etico o no vorrei definire ciò che io penso sia l'arrampicata oggi. Mi ricollego alla precedente risposta: l'arrampicata è quell'attività umana che esplora le capacità dell'uomo di poter superare con le proprie sole possibilità fisiche tratti di parete rocciosa. Tale attività esclude il rischio adottando metodi e attrezzature atte a prevenirlo. La definizione del livello raggiunto non è semplice ma comunque è sempre vera la regola che meno arrampicatori sono in grado di superare un determinato tratto di parete più esso rappresenta una evoluzione positiva.
Ogni impresa che utilizza un metodo che non può portare al miglioramento del valore atletico è da considerarsi non etica. Forse tale impresa si può situare in altre discipline e potrà essere più o meno etica per tali discipline. Tanto per puntualizzare il mio pensiero sulle altre discipline legate originariamente all'alpinismo le sole due che ritengo "etiche" cioè che rappresentano ancora una ricerca dei limiti dell' uomo, sono l'alpinismo (avventura) e l'arrampicata (sport). Mi sembra che aprire vie su grandi pareti calandosi dall'alto con i metodi che tu mi descrivi nulla dica di nuovo per quanto riguarda l'arrampicata ne tantomeno per quanto riguarda l'alpinismo: più o meno esse rappresentano ciò che negli anni 60 erano per l'alpinismo le salite a goccia d'acqua con migliaia di chiodi a pressione. Comunque ognuno può divertirsi come vuole.... è sufficiente non voglia poi "vendere" la propria attività come "evoluzione".

Sai che il comune di Dorgali vuole inserire un ticket di entrata alle Gole e fare parcheggi e bagni all'entrata? Cosa ne pensi di tutto questo?
Nel 1980 si doveva camminare più di un ora per arrivarci, senza incontrare nessuno, e le Gole avevano un sapore di avventura.... non credo sia piu' così. Credo che la gente di Dorgali abbia tutti i diritti di sfruttare economicamente le proprie bellezze naturali così come per molti parchi naturali. Che dire… un altro pezzo di natura addomesticata.

Tu fosti anche uno dei primi a trasportare le alte difficoltà in montagna in Italia, o perlomeno a dimostrare che si poteva fare. Cosa pensi di quello che sta facendo oggi Bubu Bole sulle Cime di Lavaredo?
Ho cercato sui siti notizie... penso che ti riferisci alla prima salita in libera della "Couzy": non saprei, oggi le cime di Lavaredo non rappresentano veramente la montagna (avventura), credo sia una impresa da classificare nell'arrampicata.

Tenterò un parallelo improbabile e cattivello: quel qualcosa che spinse Marco da solo sulla Est delle Jorasses, su una via sconosciuta e sopra i 4000 m, lo ritroviamo anche oggi in un Huber che sale slegato la Blander-Hasse dopo averla provata varie volte?
Per me, a 22 anni, la Est delle Jorasses rappresentava ciò che per Hillary era l'Everest. Una parete misteriosa di cui poco si sapeva. Avevo letto Gervasutti e l'articolo di Boardman e Tasker, che rimasero tre giorni in parete. Boardman e Tasker avrebbero salito il Changabang facendo una impresa storica per l'alpinismo, e non erano certo gli ultimi arrivati.
Lassù sarei stato solo in un ambiente sconosciuto e difficile. Avrei trovato la via di salita o mi sarei perso come altri prima di me? Il ghiacciaio per arrivare all'attacco era già di per sè un incognita e non essendo mai stato sulle Grandes Jorasses non sapevo nulla della discesa. Quanti giorni avrei dovuto restare in parete? I viveri sarebbero stati sufficienti? Sarei riuscito a superare le difficoltà tecniche? Ce l'avrei fatta fisicamente?. Nessuno sapeva che sarei stato lassù in quell'angolo solitario del Monte Bianco a 2500 metri dal fondovalle, avevo solo lasciato scritto un bigliettino sul tavolo di cucina in caso ....
Questo è per me ciò che dovrebbe essere l'alpinismo, senza elicotteri, senza fotografi dove il rischio di morire è sublimato da archetipi superiori. Allora a 22 anni, contrariamente ad oggi, pensavo che salire grandi montagne fosse un passo avanti per l'uomo. Oggi penso che questo tipo di alpinismo è finito (forse con la salite senza bombole dell'Everest). La salita di Huber non fa parte di questo alpinismo nè mi sembra dica qualcosa di nuovo nell'ambito delle capacità atletiche. E' certo una grande impresa che fa parte di una delle "altre" discipline....

Passiamo al ghiaccio, dove anche su questo terreno ti trovavi abbastanza a tuo agio, eh, eh! Cosa ne pensi dell'evoluzione di questi ultimi anni?
La precarietà e l'evanescenza del ghiaccio, che cercavate ai tempi tu e Giancarlo Grassi. E' rimasto qualcosa di tutto ciò nelle moderne imprese dry-tooling? Come vedi tu questo nuovo fenomeno?
E del dry-tooling applicato nel gruppo del Bianco, ci sono stati e ci potranno essere sviluppi interessanti?

Ho letto qualcosa sul Dry Tooling: ognuno può divertirsi come vuole.. Per me già l'arrampicata su ghiaccio aveva valore se inquadrata in una attività alpinistica altrimenti rimaneva un gioco un po' rischioso ma senza alcuna pretesa di significato etico.

Tu hai seguito un percorso curioso. Da alpinista sei passato ad arrampicatore sportivo. In questi ultimi tempi qualcuno sta seguendo o medita di seguire il percorso contrario. Tu come vedi questa inversione di tendenza di oggi?
Io ho smesso di fare alpinismo quando ho sentito che il rischio non era giustificato. Io credo che il morire per uno scopo etico sia fortemente morale, ma il rischiare la propria vita per uno scopo non etico sia immorale. Dal momento che non "sentivo" più l'alpinismo come una ricerca di nuove "strade" per l'umanità, ed essendo arrivato al punto in cui realizzare imprese alpinistiche più importanti di ciò che avevo sin allora fatto comportava un livello di rischio molto elevato, ho intrapreso una ricerca diversa, legata più ad aspetti sportivi: l'arrampicata. Anche la strada inversa credo sia legata al raggiungimento di qualche "limite", alla coscienza che quella "strada" personalmente non porterà più da nessuna parte.
Diversamente da allora però, dove passare dall'alpinismo all'arrampicata permetteva di scoprire un "settore" ancora inesplorato, mi sembra che oggi la strada inversa sia più difficile da inquadrare in una vera ricerca.

Ma non ti sembra che stiamo tornando indietro? Adesso i più forti cercano di imitare gli inglesi dell'hard grit! Nel 1980 conoscevate l'arrampicata in Inghilterra? Che opinione avevi dei vari Fawcett, Livesey, ecc?
Scusa non so cosa sia l'"Hard Grit". Fawcett e Livesey erano molto stimati all'epoca.
Comunque se la domanda si riferisce a cosa penso dell'arrampicata dal basso posizionando le protezioni, credo che questo sia una strada ormai percorsa che non aggiunga molto a ciò che già è stato detto. Questa attività è caratterizzata da un aspetto atletico e dal rischio. L'unico fattore che può avere una evoluzione è il fattore di rischio, poichè l'aspetto atletico non può in questo caso superare certamente il livello dell'arrampicata con ancoraggi preposizionati (o corda dall'alto). Il rischio in questo caso non è però giustificato da alcun miglioramento di altri aspetti e fa quindi fa parte di quelle "altre discipline" di cui sopra.....

Corre voce che tu ti sia bruciato a causa di alcuni allenamenti sbagliati. Come vedi l'esplosione attuale delle tecniche di allenamento come il Pan Gullich?
Io ho smesso di arrampicare per dolori muscolari agli arti superiori. Certamente ci sono stati allenamenti sbagliati e poi non avevo gran che tempo di recuperare: la mia attività di guida mi portava spesso in montagna con tipi di sforzi muscolari totalmente diversi da quelli dell'arrampicata sportiva. Certamente un allenamento più calibrato alla mia costituzione muscolare non avrebbe avuto tali conseguenze.

E' vero che tu fosti uno dei primi sponsorizzati italiani? Ma toglimi una curiosità: a quei tempi, quanto pesavano gli sponsor sulla scelta delle tue mete da realizzare?
Se pensi che avendo scelto di arrampicare invece di fare salite alpinistiche li ho persi tutti.... poi sono tornati ma non mi hanno mai condizionato un granchè.

Secondo te un fuoriclasse delle gare, se lo vuole, può facilmente avere la testa per diventare un ottimo alpinista?
I valori che ne stanno alla base sono molto diversi... penso sia difficile; non bisogna confondere imprese come quelle di cui tu hai parlato, prima (Lavaredo) con l'alpinismo. Alpinismo oggi è Himalaya, Karakorum, Antartide.

Come vedi lo sviluppo dell'arrampicata sportiva e agonistica, di cui tu stesso ti feci promotore?
La sento ormai molto lontano da quella che era la mia intenzione originale. L'idea era quella di inserire dei parametri di valutazione nell'attività dell'uomo di superare tratti di parete "impossibile": non esiste una vera ricerca se non si inseriscono regole di valutazione. Tale competizione avrebbe dovuto portare gli atleti a misurarsi su strutture naturali di roccia poichè il significato etico della competizione non è di verificare chi è il più bravo, ma di verificare il livello dell'uomo nell'arte di arrampicare.
Questo è il fascino dell'atletica, dove la competizione viene "sublimata" in qualcosa di più alto, che "tocca" il genere umano: l'abbattimento di un limite, il raggiungimento di un record che diviene patrimonio di tutti. Le gare di arrampicata avrebbero dovuto tendere a questo modello: il terreno doveva rimanere quello naturale perchè questo è il significato etico dell'arrampicata, il numero di itinerari su cui tutti i concorrenti avrebbero gareggiato doveva essere il maggiore possibile, non si sarebbe potuto dare a priori la difficoltà alle vie di salita, ma sarebbero stati i concorrenti con le loro prestazioni a decidere quale degli itinerari sarebbe stato il più difficile, quello che avrebbe espresso "l'evoluzione". Nessun tracciatore, nessuno spit, una manciata di cavetti calati dall'alto su tratti di parete velocemente ripuliti.

Le gare attraggono ancora come ai primi tempi? C'è qualcosa di sbagliato o va tutto a gonfie vele?
Le gare oggi non rispecchiano assolutamente cio' che è l'arrampicata.
1) Il terreno di arrampicata è artificiale e quindi non possono rappresentare una evoluzione dell'arrampicata stessa.
2) L'itinerario è comunque stato già salito dai tracciatori e quindi la prestazione dell'atleta non è che una ripetizione di un evento già accaduto
3) Il grande pubblico non può capire cosa siano. Assistendo ad una gara di atletica tutti possono capire che gli atleti stiano cercando di migliorare le capacità umane nella corsa: questo è un valore che trascende la prestazione del singolo atleta, che si lega al nostro inconscio collettivo. L'arrampicata sulle pareti di roccia anche risveglia in ognuno di noi emozioni legate al superamento di limiti, ma vedere arrampicare uomini su strutture artificiali non potrà mai essere coinvolgente per i non addetti ai lavori.... e sinceramente penso che spesso neanche per quelli.
4) Questo esercizio atletico su strutture artificiali potrebbe poi avere un valore estetico se non ci si ostinasse a far gareggiare i concorrenti da primi di cordata con rinvii in posto: il movimento sarebbe più fluido, più bello da vedere, ed il tempo di esecuzione minore.

Alcuni garisti sostengono che solo in gara è possibile certificare una prestazione, sottointendendo che in falesia e in montagna si possa, di fatto, barare. Tu che ne pensi?
Concordo.

Dovessi valutare un Gullich, come figura, penseresti al 9a di "Action Directe" o a tutto ciò che ha fatto nella sua globalità? Insomma, come si valuta la figura di un grande arrampicatore sportivo, dal grado o da cosa?
Dal grado più difficile che ha superato: che comunque è il tratto di parete che conta il minor numero di ripetizioni.

Infine il bouldering. Mi ricordo che qualche giornata sui massi della Valle di Susa la passammo insieme! Come vedi questo ritorno al bouldering?
L'arrampicata in libertà!

Ho visto che hai uno splendido bambino. Che arrampicata vorresti conoscesse tuo figlio?
Ho portato Andrea ad arrampicare in falesia ma non si è mai applicato più di tanto... poi siamo andati a fare una crestina in montagna di secondo e terzo grado e l'ho visto entusiasta. L'arrampicata è uno dei mezzi per "esplorare" la vita, vorrei che per lui fosse così.


Intervista di Maurizio Oviglia, gennaio 2003

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