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ANDREA GENNARI
DANERI pareti di roccia, pareti di carta...
Uno dei fondatori della rivista più "casereccia"
ma anche più resistente del difficile mercato
specializzato italiano ci racconta un "dietro
le quinte" che sta troppo spesso celato agli occhi
dei lettori. La chiacchierata con Gennari è un
faccia a faccia con le etiche e le problematiche
dell'arrampicata e della montagna "parlata" ,
dove la carta stampata è ancora alla ricerca di
una dimensione più vasta: si cerca di accontentare
un pubblico sempre più attento ed esigente ma
si sta sull'attenti per non pestare troppi piedi
infuocati. Dove sta la giusta mediazione? Una
scelta impegnativa quella di provare a risolvere
il quesito, ma forse non per uno che dall'8b+
sulla roccia è riuscito a coniugare la sua passione
con l'ambiente dell'editoria targata 2000, web
o carta che sia, e a quanto pare senza filtri
e senza inganni. "Pareti" prosegue la sua opera
e alla luce di tutti i cambiamenti che sono avvenuti
negli ultimi tempi (CDA, Vivalda…), la rivista
fatta in casa naviga in acque forse più tranquille
rispetto alle altre case editrici specializzate,
non è così Andrea?
Economicamente non abbiamo problemi di sorta, vendiamo parecchio e abbiamo
una struttura interna molto piccola, decisamente avanti tecnologicamente
ed estremamente agile, senza grossi apparati, segretarie, dipendenti
e altre cose che alleviano il lavoro solo apparentemente. Chi telefona
in redazione parla direttamente con me, senza filtri. E' una formula
di successo a cui le altre case editrici non possono più ritornare:
quando sei molto strutturato non puoi licenziare facilmente… In ogni
caso c'è una grandissima contrazione dei budget pubblicitari che colpisce
di più le riviste poco specializzate, perché le aziende che non fanno
materiale veramente tecnico si stanno spostando verso altri tipi di
advertising e stanno abbandonando l'editoria di montagna
Tutti chiedono di poter leggere "dove andare" per divertirsi in luoghi
abbordabili, su vie sicure e con roccia perfetta. Quanto interessa alla
gente il resto, il sapere che Tizio ha fatto il suo centesimo 8c o che
Caio ha salito una dozzina di 7c boulder?
Sono convinto che interessi pochissimo, infatti noi ne scriviamo pochissimo
e quando lo facciamo sono giusto due righe oppure in occasione di una
bella foto. Ormai nessuno si investe più, dal punto di vista dell'arrampicata
sportiva, in grandi progetti innovativi come potrebbe essere un 9b.
I garisti sono ancora inviluppati in un sistema agonistico che risucchia
il loro tempo e, nella maggior parte dei casi, anche i loro soldi; non
hanno tempo per gettarsi in grandi progetti in falesia. I grandi falesisti
sono desaparecidos, perché gente come Huber, Glowacz, Petit e Pou hanno
capito che solo l'alpinismo di grosso livello può ancora avere un ritorno
economico rilevante: ecco allora Pou sugli Unclimbables, oppure gli
Huber sulla loro impresa annuale ben gestita in termini di diffusione
fotografica e tempi di realizzazione: mai più di una all'anno, al massimo
due, per non inflazionare l'immagine e tenere vivo il mito…
Accontentando tutti, dal cinquantenne che fa una cresta di III grado
al ragazzino che sale il suo primo 8a, non c'è il rischio di confondere
il lettore sul valore di certe imprese?
Valutare correttamente, da dietro una scrivania, attraverso un testo
o una foto, il valore di una impresa credo sia impossibile non soltanto
perché è impossibile conoscere tutto e tutti, ma anche perché il gioco
di molti alpinisti non è affatto coerente. A quanti metri dal Pesce
passa la via di Zizioli & C. in Marmolada? Dirlo era rilevante nel valutare
le possibili motivazioni di uno schiodatore dei primi due tiri. Quanto
sono effettivamente lontane le protezioni su "Hotel Supramonte"? Dov'è
il 7b obbligatorio su "Scirocco" al Dain recentemente ripresa da un
Alp in carenza di idee sul presente? Chi ha percorso in libera i tre
tiri di 7c su "Acuna Matata" a Boazzo? Superman? Questi sono solo quattro
esempi pensati e scritti in quattro secondi sul problema della confusione
sulle imprese reali. Tu potresti spararne altrettanti, e diversi, a
doppia velocità. La confusione non viene dalla eterogeneità degli argomenti
trattati sulla rivista; viene da chi non descrive con chiarezza, e chiarezza
è un eufemismo, la propria attività.
Non appaiono troppo come riviste "di amicizie", dove da una parte
scrive quello e dall'altra trovi tutto sull'altro? Dove sta l'imparzialità
e la professionalità di un giornalista?
Non toccarmi su questo punto proprio tu che chiedevi a Bubu di non passarmi
il materiale sulle sue imprese! Io ho sempre cercato di dare spazio
a tutti, ma come tu ben sai la Vivalda ha sempre chiesto l'esclusiva
ai propri collaboratori e Su Alto era fatta da alpinisti che avevano
il veto di collaborare con Pareti, ma le esclusive si pagano e quando
avete presentato il conto…
Dall'arrampicata praticata ad alti livelli al giornalismo il passo
è breve? Cosa ci sta dietro Pareti?
Solo persone (che adesso sono il sottoscritto, Lamberto Camurri, Marzio
Nardi e Giuseppe Cocconcelli) che hanno avuto il doppio dono delle mani
per tenersi e delle mani per scrivere con un occhio dedicato al divertimento
e l'altro all'analisi dell'evoluzione delle cose. Non occorre fare l'8c
per fare una buona rivista; occorre tempo, voglia di ingaggiarsi e tenere
sotto controllo la preoccupazione di piacere; è come fare un disco:
fai le canzoni come ti piacerebbe ascoltarle e poi le suoni in piazza.
C'è, sotto sotto, la presunzione che se piacciono a te che le hai scritte
possano piacere anche a molti altri…
Il mercato attuale pare risentire di una fase di "stagno"; cosa manca
in Italia per poter buttare fuori una grossa rivista alla pari delle
migliori internazionali, che so, un "Desnivel" o un "Climbing" italiano?
Solo soldi e mercato oppure manca un professionismo adeguato?
E' un bicchier d'acqua. La spiegazione è tutta italiana e si chiama
rivista del CAI. Questa pubblicazione, sulla cui qualità e aggiornamento
lascio ai lettori il giudizio, distribuisce comunque più di centomila
copie, con dei prezzi-pagina pubblicitari appena superiori a quelli
di Pareti. Se tu fossi una ditta specializzata finanzieresti più volentieri
chi distribuisce centomila copie oppure diecimila? Se il denaro che
assorbe la rivista del CAI venisse riversato sul mercato il discorso
potrebbe reimpostarsi quasi da zero… In ogni caso ci sono troppe riviste
e Alp e RDM pubblicano troppi numeri e a un prezzo in edicola completamente
fuori misura: non paghi 12mila lire nemmeno le migliori riviste di informatica
che ti allegano tre cd rom e fanno il triplo di pagine… Costano così
tanto perché sono costretti a mantenere la loro grossa struttura interna,
assolutamente sovradimensionata. La redazione di Rock & Ice è grande
quanto quella di Pareti, e stiamo parlando della rivista americana per
eccellenza insieme a Climbing… In ogni caso non peccherei troppo di
esterofilia. Desnivel spesso propone articoli di 10 pagine con tre foto
mediocri e 15 disegni giganti, come è avvenuto recentemente per Pedraforca
e come accade regolarmente per quei luoghi che loro chiamano "terreno
de aventura", che spesso sono delle rumente piene d'erba. Poi ci sono
i grandi servizi con belle foto sui seimila in giro per il mondo. Agli
spagnoli forse interessano; agli italiani, te lo posso firmare e controfirmare,
non importa un bel niente.
In Italia la concorrenza, e non solo per il giornalismo di montagna,
significa spesso una sorta di "guerra fredda" in cui si utilizzano tutti
i mezzi possibili per colpire il nemico. Tu stesso attraverso il sito
internet non fai di certo i complimenti o fai passare inosservato ogni
movimento delle case editrici concorrenti, tutto ciò non rischia di
aumentare il malcontento e la diffidenza da parte del pubblico?
La guerra non è mai stata fredda; è stata guerra e basta, prima di tutto
da parte di chi ha sempre richiesto ai suoi collaboratori l'esclusiva.
Noi non l'abbiamo mai chiesta e abbiamo lavorato solo con free lance,
pagandoli volta per volta e il tempo ci ha dato ragione, perché chi
vuole le esclusive deve essere disposto a pagarle salate, come tu ben
sai. E poi noi non colpiamo nessuno. Registriamo solo dei fatti. Pareti
è nata con me, te, Stefano Righetti e Maurizio Giordani nel momento
in cui gli altri parlavano di santuari e acque minerali ma piazzavano
le pagine pubblicitarie di rinvii e moschettoni, mica di vini e turismo
termale... Nessuno discuteva su questa cosa, che era invece assurda
e la nascita e la progressione di Pareti lo ha dimostrato. Dopo un primo
momento di scetticismo e diffidenza, il mercato specializzato si è spostato
verso di noi ed ecco che è rinato di botto l'interesse per l'alpinismo
nelle riviste "classiche". Alp ha cercato di acquisire Pareti; non c'è
riuscita. Allora ha creato Su Alto; dopo un anno l'ha chiusa perché
aveva fallito l'obbiettivo di arginare Pareti. Se vuoi avere successo
in questo mondo non devi ragionare da editore, devi ragionare da climber,
da praticante! Infine non credo che parlare di queste cose possa generare
malcontento nel pubblico; lo stesso pubblico, se malcontento, può tornare
con la memoria a quando si doveva accontentare delle due paginette scritte
microscopiche dal povero Flaviano Bessone su Alp. Si stava meglio quando
si stava peggio? Almeno adesso di arrampicata si parla!
Gira e rigira la gente che scrive è poi sempre la stessa. Non è così?
Di penne e di idee buone non ne girano tantissime. Noi ne abbiamo valorizzato
qualcuna, come Roberto Iacopelli e Marzio Nardi, ma non è facile….
Le ditte che pagano le inserzioni pubblicitarie sono più legate allo
stile e alla personalità di una rivista oppure solamente ai tabulati
dei dati di vendita?
Noi siamo gli unici del settore a mostrare regolarmente le fatture degli
stampatori. Fai un giro sul colophon di una ventina di riviste di altri
settori e vedrai che molte riportano una certificazione da parte di
un organismo specializzato. Sulle riviste di montagna non c'è nessuna
traccia di certificazione non dico del venduto, ma almeno della reale
tiratura. Mai. Da nessuna parte. Perché accade questo? Per tenere in
piedi un sistema che adesso si sta sfaldando in quanto molte aziende
sono sempre più attente ai contenuti, allo stile e alla personalità
della rivista e sempre meno ai dati di vendita che possono essere inventati
di sana pianta… Noi abbiamo sempre dichiarato il reale: mai stampato
più di 15.000 copie e mai venduto più di 10.000. E' stata una grossa
ingenuità iniziale, perché abbiamo scoperto solo dopo che in editoria
nessuno dice la verità, ma adesso, dopo quattro anni questa sincerità
sta pagando in termini di credibilità e dialogo con le aziende.
Pare che per sopravvivere una rivista debba parlare soprattutto di
alpinismo, dove gli sponsor possono contare su un mercato più ricco
che quello dell'arrampicata. Anche tu ti fai partecipe di questo problema,
oltretutto in un periodo in cui l'alpinismo viene schivato dai pensieri
dei giovanissimi? Dove sta l'equilibrio tra accontentare i lettori giovani
(il futuro) e pagarsi una rivista dando risalto ad un'attività che interessa
poco i climber in erba?
E' un punto dolente, dolentissimo. Le pareti di montagna si stanno abbastanza
svuotando, non c'è molto ricambio generazionale. E' l'onda lunga, io
credo, di un buco di dieci anni durante il quale sulle riviste non si
è parlato di alpinismo se non di straforo, prima dell'avvento di Pareti.
Noi stiamo cercando di approcciare un certo alpinismo sportivo, come
può essere il dry tooling o la libera su vie potenzialmente non mortali.
Possono essere cose che fanno sognare la nuova generazione, adesso molto
concentrata sui boulder e sulle sale indoor. Non credo possano essere
indotti alla montagna parlando ancora di Armando Aste. Possono esserlo
ancora parlando di Bubu o Simone Pedeferri.
Però si parla di "alpinismo" o "montagna" anche su una via spittata
un po' più lunga del solito; non si sta scendendo troppo in basso con
questo concetto?
Sicuramente, specie se chi la apre banfa sulla distanza delle protezioni,
sulla valutazione dell'obbligatorio o sullo stile della prima salita.
Il problema è che nell'immaginario collettivo della nuova generazione
di climber anche una via di tre tiri a Bismantova è praticamente Alpinismo…
A volte riesci, dalla redazione, a capire il trucco e scremare o dividere
le cose; altre volte ci caschi perché credi sempre alla buona fede degli
alpinisti.
Parliamo di contenuti. Esistono ancora i grandi dibattiti o a nessuno
frega più niente di una certa etica arrampicatoria?
I grandi dibattiti esistono ancora, anche se credo che sia definitivamente
tramontato il tradizionale modo di farli e presentarli sulle riviste,
cioè la tipica scena dei dieci saggi seduti intorno al tavolo con il
bicchierino dell'acqua davanti; oppure attraverso il "dite la vostra".
Credo che la diffusione del bouldering, potenzialmente, possa avere
dei contenuti rivoluzionari in questo senso. La sua pulizia, il suo
rispetto per la roccia, la ricerca maniacale del modo di passare dove
sembrava impossibile: le nuove generazioni, se forse non hanno troppa
voglia di salire sulle crode, almeno ne hanno tanta di scalare in modo
pulito ed eticamente corretto. Questa è una cosa che vogliamo far trasparire
attraverso la rivista in generale e attraverso lo speciale arrampicata
di Aprile in particolare, che non sarà solo un elenco di nuovi posti;
sarà un modo speriamo nuovo di introdurre un dibattito non pubblico,
ma un dibattito interno alla coscienza del lettore.
La nuova federazione che tu hai creato, la FIAR, si occuperà anche
di problemi "etici"?
La prima società sportiva che ha aderito alla FIAR è stata l'AIPIA di
Daniele Dazzi & C. che riunisce tutti i chiodatori che si impegnano
a non scavare prese sulle vie che tracciano. Questo la dice lunga sulla
svolta che stiamo cercando di proporre. Se le prese scavate possono
aver avuto una valenza all'inizio degli anni '90 quando l'8c era un
sogno ed era forse necessario abbattere più velocemente una soglia fisica,
adesso trovare una nuova linea bella e dura è solo una questione di
ricerca di linee, non c'è più bisogno di passare dappertutto. Non serve
il milleeunesimo 8b. Occorre solo più attenzione, più tempo per cercare
e per pulire nuove linee non necessariamente a due metri l'una dall'altra;
forse è anche più romantico, non trovi? In ogni caso credo che la spittatura
seriale dei luoghi e lo scavo delle vie siano pratiche al tramonto,
anche perché i ragazzi hanno capito che Roccamorice, Brojon e tanti
altri sono degli scempi da non ripetere. Per questo approviamo, seppur
con qualche lievissima riserva, l'integralismo di Dazzi e dell'AIPIA
a riguardo. Degli scavi, adesso, non c'è davvero più bisogno.
Dove sta il giudizio critico e la personalità di una rivista? Nella
neutralità giornalistica o in una certa presa di posizione?
Nella presa di posizione quando serve. Tra una rivista che ti insegna
come overcloccare un sistema informatico e un'altra che ti mette in
guardia dal farlo perché potenzialmente pericoloso per il tuo pc e allora
decide di non spiegarlo… scelgo la seconda. La fredda cronaca va bene
quando ancora non si sono delineati i contorni di un problema, poi non
basta più; altrimenti diventi il TG1 dell'arrampicata, tot a un partito
tot all'altro, attenti a non pestare i piedi a nessuno, cioè la morte
civile di una rivista!
Domanda stupida finale. Alla fine il lettore è uno che legge davvero
o che si limita a guardare le foto degli amici?
Il lettore legge davvero, è un pubblico di alternativi cui piacciono
cose alternative, quindi decisamente in controtendenza all'appiattimento
culturale attuale: ma è stato disabituato a testi intelligenti per via
della crisi di penne di cui abbiamo già detto. Gobetti, non arrampicando
più da un pezzo, non capiva un acca di arrampicata moderna, ma arrivavi
in fondo alle sue parole leggero leggero. Pietro Giglio, ex direttore
della RDM, ha invece fatto passare dei deliri come l'ultimo pezzo su
Piantonetto scritto dalla sorella di Manlio Motto. Quelli sono testi
che tolgono ogni credibilità a una testata e creano vera diffidenza
nel lettore e disamore per l'argomento alpinismo…
Intervista di Luca Maspes, marzo 2001
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