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HOME | CLIMBING PLANET | STORIE | La Livanos e il Civetta, i sogni di CLAUDIO MORETTO
La Livanos e il Civetta, i sogni di CLAUDIO MORETTO

Claudio Moretto ha 26 anni, vive e lavora come fabbro a Bassano del Grappa. Arrampica solo il fine settimana ed è Istruttore nazionale del CAI e Direttore della scuola di alpinismo della sezione di Bassano. Si allena nelle falesie di casa, nella valle di Santa Felicita e a Cismon del Grappa, ma preferisce di gran lunga le salite in montagna. Qui arrampica quasi sempre con la moglie Rosy Buffa, 29 anni, fanno poco ghiaccio ma molta roccia sia d'estate che d'inverno, soprattutto in Dolomiti. L'anno scorso sempre con Rosy un viaggio anche in Yosemite dove hanno salito insieme il "Nose" e la "Regular route" all'Half Dome. Nell'inverno appena terminato Claudio è riuscito a portare a termine una delle più dure invernali della stagione, la "Livanos" alla cima Su Alto, da solo e senza clamore. Abbiamo scoperto che Moretto non è nuovo ad imprese di questo tipo e dal cilindro emergono la "Carlesso" alla Torre Trieste, salita in solitaria invernale nell'inverno scorso, nonché la grandiosa "Piussi-Redaelli" sulla stessa montagna ripetuta in compagnia della forte moglie nel 1999 (prima salita femminile). Ma torniamo alla salita di febbraio 2001, quella che forse questo giovane dolomitista ha sognato di più: "Diedro Livanos" alla Cima Su Alto, gruppo della Civetta, lunghezza 750 metri totali con uno zoccolo di III grado di 400 metri, il tratto chiave sono 350 metri di parete: un grande diedro e camini finali con difficoltà fino al VI+/A1.
Go-mountain è andato alla ricerca di questo personaggio per scoprire i retroscena di una delle più dure salite invernali degli ultimi anni e di altre importanti realizzazioni di questo giovane sognatore di crode…

Un inverno particolarmente ricco di neve, pareti imbiancate dal gelo… Quando sei riuscito a compiere la tua salita e com'erano le condizioni?
L'ho portata a termine dal 17 al 20 febbraio del 2001. Le condizioni erano proprio schifose, decisamente invernali, probabilmente come durante le salite di una volta. Quest'anno per esempio la "Solleder" era impraticabile. Ma ho deciso che volevo fare la salita questo inverno anche perché ricorre il cinquantesimo anniversario dell'apertura della via.

Com'è stata la tua progressione, su roccia o su ghiaccio?
Ho trovato grandi difficoltà sullo zoccolo iniziale che d'estate è facile ma d'inverno diventa molto insidioso. Ho salito questo tratto con ramponi e piccozze. Per i primi 200 metri sono salito senza assicurarmi, poi mi sono autoassicurato su tutti i tiri. Quando ho attaccato il tempo era bello, ma già il secondo giorno ha cominciato a nevischiare e mi sono tutto bagnato. Probabilmente per questo ho anche avuto problemi di congelamenti al piede sinistro. La seconda parte della salita si svolge nel grande diedro che è strapiombante e perciò sempre pulito. L'ho affrontato in scarpette da roccia che mi andavano un po' strette a anche questo forse ha contribuito ai problemi che ho avuto. I camini terminali li ho iniziati con le scarpette e finiti in scarponi. Insomma, una vera invernale classica.

Che metodo di autoassicurazione hai utilizzato?
Mi sono assicurato sempre con due nodi Marchand autobloccanti su una corda intera. Ne avevo due da 55 m e così in media facevo tiri di 60 - 70 metri e anche fino a 110 metri per volta.

Bivacchi?
Avevo un sacco a pelo in piumino e una stuoia. Il primo bivacco l'ho fatto su un pendio di neve, il secondo nella comoda nicchia alla base del diedro dove hanno bivaccato anche i primi salitori e il terzo su un blocco di neve sospeso nei camini terminali. Per mangiare e bere usavo un fornello a benzina che però l'ultima notte non ha funzionato. Proprio come accaduto a Anghileri l'anno scorso… sembra che queste pareti non amino particolarmente i solitari invernali e anch'io ho avuto vento fortissimo gli ultimi due giorni. Si vede che bisogna un po' soffrire per farcela in questa zona delle Dolomiti.

Che materiale hai usato?
Due corde da 55 m, 1 martello-piccozza che ho usato anche come martello da roccia, ramponi e il classico materiale da salita invernale, compresi due fittoni da neve che ho usato sullo zoccolo.

Particolarità della salita?
La via l'avevo già fatta prima, perciò la conoscevo. Era dall'inizio dell'inverno che avevo il materiale sotto la parete e anche per questo non ho fatto altro quest'anno. L'8 dicembre ero infatti già salito con un amico fino all'inizio della via con tutto il materiale diviso in due zaini molto pesanti e avevo lasciato il carico che ho dovuto poi cercare sotto la neve il 6 gennaio, dopo aver scavato per più di un'ora. Ci tenevo a fare questa via, ce l'avevo in mente già da un anno questa prima solitaria invernale e mi piaceva l'idea del 50 anniversario della prima salita. La data di partenza è stata sabato 17 febbraio, quando ho salutato la mia compagna Rosy alla capanna Trieste e passando per il rifugio Vazzoler sono giunto all'attacco con gli sci alle sette di mattina. Le condizioni della parete erano davvero invernali e per la prima parte dello zoccolo sono salito slegato, con lo zaino in spalla, su neve inconsistente e pendii a 50°. Arrivato all'inizio delle difficoltà vere e proprie, dove in estate ci si lega, ha iniziato a nevicare e dopo un lungo lavoro di "pulitura" del primo tiro in traverso ho preparato il bivacco. E' qui che mi sono reso conto che i miei scarponi in cuoio e goretex non erano adatti a questa salita. Erano completamente inzuppati e questo mi è costato, con la complicità del vento, i leggeri congelamenti al piede sinistro. Il mattino dopo era tutto sereno, sono ripartito alle 6 e mezza e dopo alcuni tratti di misto anche verticali sono giunto all'inizio del grande diedro. Finalmente ho potuto calzare le scarpette ma le condizioni della roccia non erano di certo molto invitanti, spalmate dalla neve della sera prima. La giornata è trascorsa velocemente e prima di notte sono ritornato in un comodo posto da bivacco al riparo dal vento. Lunedi mattina, con tempo splendido ma ventoso, è arrivata la parte più dura della salita: il diedro, il tetto, la traversata verso destra, che percorro cinque volte, e l'ultima placca prima dei camini. Alla sera ho trovato un blocco di neve incastrato a metà del primo camino e ho deciso di dormirci sopra, unica soluzione possibile. E' stata una notte durissima, l'ultima per fortuna, in balia del vento, con l'inizio del congelamento al piede sinistro e in fornello che si rifiutava di funzionare. Alle 5.30 del mattino sono ripartito e ho proseguito lungo i camini, dapprima in scarpette poi con gli scarponi. Un ultimo tiro di 110 metri mi ha portato infine sulla cresta e alle 14.59 del 20 febbraio ho potuto alzare le braccia al cielo per scaricare verso il sole la mia tensione…

Hai fatto altre esperienze simili prima di questa?
Ho fatto la prima invernale della via "Pancera-Dal Pozzo" sulla Torre Venezia, a sinistra della classica "Andrich". Lo scorso inverno ho salito invece la via "Carlesso" alla Torre Trieste in solitaria invernale in 3 giorni e con due bivacchi. Ho festeggiato la fine del millennio in parete avendo attaccato il 31 dicembre 1999 e uscendo in cima dopo due giorni di arrampicata. Di questa salita non ho raccontato a nessuno finora, non mi andava di pubblicizzarla. Ma mi è servita come preparazione alla "Livanos".

Intervista di Erik Svab, aprile 2001


Torre Trieste - Prima solitaria invernale della "Carlesso".
Un capodanno da sogno o un sogno di capodanno?

Aveva deciso per un capodanno particolare, qualcosa da poter ricordare per mille anni, ed ha realizzato un desiderio da molto tempo accarezzato: una salita invernale in solitaria alla Torre Trieste. Per Claudio la Torre Trieste è ormai famigliare; ne ha percorsi quasi tutti gli itinerari e il 4 Luglio lo ha visto impegnato, con la moglie Rosy e Luigi Parolin, nella Piussi-Redaelli, via di VII e artificiale obbligatorio. Per la cronaca Rosy ha effettuato la prima femminile. Così Claudio Moretto, Istruttore Nazionale di Alpinismo e Direttore della Scuola di Alpinismo "F.Gessi" della sezione del CAI di Bassano, la mattina del 31 Dicembre 1999 ha abbracciato la moglie Rosy ed è partito per Listolade per poi raggiungere nel pomeriggio la base della parete Sud Ovest della Torre dove l'aspettava la sua meta: la via "Carlesso-Sandri". L'amico Parolin l'ha accompagnato fino all'attacco, sopra al rif. Vazzoler, per aiutarlo nel trasporto dell'attrezzatura nella lunga marcia d'avvicinamento lungo la Val Corpassa, che a questa stagione è percorribile solo a piedi. L'itinerario scelto è sicuramente di alto livello: 650 metri di dislivello, 850 di sviluppo con difficoltà in libera fino all'VIII. Pur trattandosi di una via aperta nel 1934 con tratti, allora, di arrampicata artificiale, mantiene inalterato il fascino e le difficoltà iniziali. Basta ricordare che sono trascorsi ben 17 anni prima che venisse ripetuta. La salita di Claudio non è solo una delle tante ripetizione di questi ultimi anni ma è la prima solitaria invernale, con 3 bivacchi in parete. Per i non addetti ai lavori, significa passare 72 ore in parete con temperature attorno ai 15 gradi sotto zero, da soli e senza la possibilità di dire "bandus".. Per poter procedere con la necessaria sicurezza Claudio ha percorso la via due volte in salita ed una in discesa, utilizzando due corde da 55 metri. Riusciva quindi a percorrere tratti di 100 metri senza dover attrezzare laboriosi punti di sosta che in queste situazione sono l'unico punto fisso sul quale l'alpinista può fare affidamento. La tecnica utilizzata, è stata ampiamente utilizzata dal grande alpinista Renato Casarotto, scomparso anni orsono. Proprio Casarotto, con le sue memorabili solitarie invernali, ha sempre affascinato Claudio e lo ha spinto ad iscriversi nel 1991 prima al corso di Roccia e poi al corso Ghiaccio della scuola "F.Gessi".. La sua passione era incontenibile e prometteva molto bene. Nel 1993 passa il primo esame e diventa Istruttore di Alpinismo, poi nel 1998 la grande prova e diventa Istruttore Nazionale di Alpinismo a pieni voti. Il suo impegno nella Scuola è sempre stato costante e la sua esuberanza iniziale, che poteva preoccupare i responsabili di allora, si è trasformata in costruttivo impegno e grande serietà. Al suo attivo, dal 1991 ad oggi, 164 vie classiche in ambiente con numerose salite su ghiaccio in alta quota. Ha quindi i presupposti per guadagnarsi un posto di tutto rispetto nella storia dell'alpinismo locale e non solo. Non è certamente il primo alpinista bassanese, con un affascinante curriculum, che ha dedicato la propria opera alla Scuola della nostra sezione CAI. Basta leggere il libro pubblicato nel '97 in occasione dei 50 anni di attività didattica per scoprire quanti si sono impegnati in tale opera. Opera che ora continua grazie anche a Claudio e a tutti gli istruttori con i quali sta portando avanti, con responsabilità, un grande impegno. Perché quindi una solitaria, che potrebbe essere interpretata come una manifestazione di egoismo, da lupo solitario? "Claudio, perché una solitaria e in inverno?" - "Per poter dire a me stesso di averlo fatto." "Lo rifaresti?" - " Sicuramente. Però arrampicare in compagnia è tutta un'altra cosa. Arrampicare è anche comunione di emozioni; è vedere la felicità negli occhi del compagno; è vivere attimo dopo attimo assieme ad altri anche le difficoltà; è amicizia."

ACN


Torre Trieste: Tra sogno e realtà la prima femminile della "Piussi-Redaelli"
Sono ormai parecchi anni che salgo in Val Carpassa, nel gruppo del Civetta, ad arrampicare ed ammirare quella miriade di guglie, torri, e grandi pareti che incombono sul rifugio Vazzoler, importante punto di appoggio per numerose salite ed escursioni. Andrich, Tissi, Livanos, Cassin, Carlesso, Da Roit (per 30 anni gestore del rif. Vazzoler) e tanti altri: tutti famosi alpinisti che hanno tracciato altrettanti famosi itinerari sulla Torre Venezia, sulla Busazza, Bancon e infine su Lei, la Torre delle Torri, come l'ha definita Domenico Rudatis apprezzamento più che mai azzeccato. Quando salgo la Val Carpassa assieme alla mia inseparabile compagna nella vita e nell'alpinismo, mia moglie Rosy, siamo entrambi catturati, quasi ipnotizzati, dall'imponenza della Torre Trieste. Su di essa sono stati tracciati numerosi itinerari dalla prima salita di Napoleone Cozzi, all'ultima realizzazione di Gigi Dal Pozzo e Maurizio Fontana. Proprio qui, su questa torre, nel 1993 ho vissuto una delle mie prime esperienze alpinistiche in Dolomiti salendo, con Rinaldo e Rosy la via "Tissi" allo spigolo N.O. Con Rinaldo, Renato e Luigi saliamo poi lo spigolo "Cassin-Ratti" dal quale rimando colpito dalla bellezza dell'arrampicata e dall'estetica dell'ascensione che, specialmente nella parte alta, è stupenda. Che Maurizio Dall'Agnola la definisca la più bella salita del gruppo non mi sorprende e mi trova pienamente d'accordo. In luglio del '97 con Rosy saliamo la "Carlesso"; via storica. direi quasi mitica per noi dolomitisti. A sottolinearne la grandezza basti considerare che attese per ben 17 anni la prima ripetizione, compiuta da Armando Da Roit in due giorni, nell'agosto del '51.
In questo angolo di Civetta io e mia moglie abbiamo salito gran parte delle vie classiche, ma da un paio d'anni ci frulla per la testa una salita particolare, non classica, ma di quelle che ti fanno sognare ad occhi aperti, una via fantastica, irresistibile una di quelle che io definisco "linee magiche".
Pensiamo alla "Piussi-Radaelli", aperta tra il 6 ed il 10 settembre del '59. Questa grande parete era già stata tentata prima, da Armando Aste, George Livanos ed altri che si sono arresi dopo pochi metri sulla grande rientranza gialla e strapiombante.
Scriveva nel '36 il grande cantore della Civetta, Domenico Rudatis: "Il vero e proprio attacco frontale diretto sulla Torre delle Torri resta ancora un ideale, e forse nessun occhio di arrampicatore oserà mai fermarsi su quelle rocce strapiombanti dove certo valgono di più il ferro e la tenacia che il puro ardimento. Ma se anche in alcuni tratti la via dovesse venir costruita a forza di ferro e corda anziché aperta arrampicata, troppo bella è la linea centrale che segna il mezzo della torre fino alla vetta per ottocento metri d'altezza, perché l'offesa del ferro non possa caso mai essere perdonata".
La via Piussi rimane una delle poche dell'epoca che non è stata svalutata o ripetuta oltremodo, conservando così la spettacolarità e la forma di allora.
E' da un po' che mi tenevo informato su questa salita. Parlando con Manrico Dall'Agnola scopro (come del resto sospettavo) che manca la prima femminile e che la via conta circa una ventina di ripetizioni. Piero, il gestore del Vazzoler, mi dice che non la fa mai nessuno mentre Walter Bellenzier, gestore del Rif.Tissi dice che in settimana (fine giugno) ha visto una cordata sulla Piussi; erano molto alti probabilmente sono usciti in giornata, Rosy, per stuzzicarlo, dice: "deve essere una gran via la Piussi". Walter, che oltre a varie salite ha all'attivo la prima invernale alla "Aste-Susatti" alla punta Civetta e la "Tempi Moderni" in Marmolada, le conferma la grandiosità dell'itinerario e sottolinea che dopo una via così si può andare in vacanza per un po'. Tutte queste considerazioni mi danno l'impulso finale e decidiamo di tentare sabato 3 luglio: io, Rosy e Luigi Parolin, grande amico e compagno di tante avventure. Luigi per me è quasi un fratello maggiore, l'averlo vicino in montagna mi fa stare tranquillo e nello stesso tempo mi mette in condizione di salire dovunque o quasi. Attacchiamo alle 6; alle 8, salito lo zoccolo veloci e slegati, arriviamo sotto al tiro di V sup. prima dell'artificiale. Curiosamente percepisco che i miei due compagni mi scrutano, mi osservano quasi a cercare in me un cenno di rinuncia o di insicurezza nel continuare a salire. Ovviamente non ci casco, sono troppo concentrato e rompo la tensione iniziando a canticchiare; mentre salgo continuo ad elogiare la grandiosità dell'ambiente e della salita, dico che deve essere una via spaziale. Alle 11 Luigi attacca la parte strapiombante in arrampicata artificiale. Sale molto piano, troppo piano ed io, come al solito quando si rallenta più del dovuto, mi innervosisco imprecando dentro di me per il suo lento procedere. Quando io e Rosy arrampicando con gli zaini avendo previsto un bivacco, lo raggiungiamo alla sosta, ci parliamo poco, quasi a cenni. Siamo impressionati dal tipo di arrampicata artificiale su roccia veramente marcia, da paura, con qualche tratto obbligato in libera, protetto da chiodi che si muovono sotto carico. Luigi sale altri due tiri sempre molto impegnativi, poi passo al comando io. Dopo due tiri in artificiale arrivo al diedro che porta alla seconda cengia dove arriviamo alle 21 circa. Mentre Luigi prepara il bivacco, Rosy prepara la cena costituita da insalata di riso, prosciutto, pane, frutta e cioccolato ed io riesco a trovare qualche goccia d'acqua per riempire le bottiglie; poi ci infiliamo nei sacchi da bivacco e ci addormentiamo guardando per un po' ammirati il cielo stellato. Sono momenti questi che vivendo nella vita frenetica di tutti i giorni, gli sogni e senti il bisogno di viverli intensamente, in pace con te stesso assieme ai compagni che con te hanno condiviso ogni momento della salita. Se poi rammento che sono sulla Trieste, tutto questo diventa fantastico; questa torre occupa decisamente un posto speciale nel mio cuore, la sento viva, tra noi c'è come dire... un certo filing. Io l'ammiro e la rispetto e Lei mi contraccambia con emozioni forti, intense, per me vitali.
Al mattino, alle 6 sto già salendo il primo di una serie di diedri che costituisce la parte alta della via; finalmente si arrampica in libera e su roccia decisamente migliore, non ci sono molti chiodi e le difficoltà sono molto sostenute, e non calano mai al di sotto del V+, VI. I miei compagni comunque salgono abbastanza veloci. Luigi è un po' stanco e risente un po' troppo della salita: che 3 figli a casa pesano nella mente decisamente di più di qualsiasi zaino, ma se la cava comunque sempre bene. Rosy è caricatissima, sa che la sua è la prima femminile, arrampica con tale grinta e concentrazione che mi impressiona, specialmente se penso che non si allena mai; la sua è decisamente una dote naturale... e nascosta fino qualche anno fa. Con l'ultimo tiro misto in libera e artificiale usciamo dalle difficoltà.. Seguono poi due tiri facili ma non banali, durante i quali un sasso mosso involontariamente dalla Rosy, colpisce Luigi alla spalla: grande paura iniziale ma poi stringendo i denti Luigi ci segue, dolorante ma deciso ad arrivare in cima. Raggiungiamo velocemente i camini terminali della via "Carlesso-Sandri" per i quali con tre tiri arriviamo in vetta. Sono le 18,30 quando facciamo la classica foto, scattata sono due amici che contemporaneamente a noi sono usciti dalla via "Cassin".. Con loro iniziamo velocemente a scendere; ci attendono 12 corde doppie ed essendo in cinque saremo più lenti del solito tanto più che ho dovuto calarmi dalla terza alla seconda cengia per recuperare lo zaino lasciato al mattino. Io e Rosy arriviamo alla strada che porta al rif. Vazzoler alle 11.30 e ci sdraiamo ormai esausti ad aspettare gli altri tre compagni. Sdraiato in quel praticello, con lo zaino come cuscino, guardo l'ombra della Trieste, della Busazza, della Venezia e di tutte quelle miriade di guglie dei Contorni di Pelsa; sullo sfondo un cielo tormentato di luminose stelle fa da cornice, ed io ricordo le ore trascorse lassù.. Penso a Luigi, compagno ideale per ogni avventura, a Rosy che, consapevole di aver fatto qualcosa di importante, tocca il cielo con un dito e infine il mio pensiero si ferma su Ignazio Piussi, l'uomo l'alpinista che con la sua forza e determinazione ha realizzato questa "magica linea" su una delle più belle torri delle Alpi più di 40 anni fa.
Dedichiamo questa salita, a Rinaldo Mion, caro amico, mio grande maestro di alpinismo e di vita.

Claudio Moretto

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